Venti.

La crisi del Seicento.


89. La presunta decadenza dell'Italia nel secolo sedicesimo.

   Da: G. Luzzatto, Storia economica dell'Italia moderna e
contemporanea, CEDAM, Padova, 1955

 In questo brano Gino Luzzatto ridimensiona la visione, proposta
precedentemente da molti storici, di un'Italia caduta in piena
decadenza economica nel corso del Cinquecento, a causa della
conquista spagnola, posticipando invece al secolo successivo
l'inizio di un declino dovuto al definitivo spostamento dell'asse
economico europeo e mondiale dal Mediterraneo agli oceani, a cui
essa non seppe adeguarsi.


   Se i profondi mutamenti che si compiono nel mondo occidentale
dopo il 1492, se le guerre che si combattono ininterrottamente per
mezzo secolo in quasi tutte le regioni d'Italia non riescono a
togliere al nostro paese lo splendido rigoglio e la mirabile forza
di attrazione e di espansione della sua civilt, un rapido e
totale capovolgimento della situazione si sarebbe invece
manifestato secondo la tradizione, dopo il 1530, o per lo meno nel
trentennio fra il 1530 e il 1559: la perdita definitiva e totale
delle antiche posizioni, il fatale collasso delle ultime forze di
resistenza anche nel campo economico, per cui non erano stati
sufficienti lo spostamento delle vie commerciali ed il primo
affermarsi delle potenze occidentali, sarebbero stati determinati
d'un tratto ed in forma irrimediabile dallo stabilirsi del dominio
diretto o indiretto della Spagna sulla maggior parte della
penisola. Sardegna, Sicilia, Napoli, Milano, immediatamente
soggette; Roma protetta; Toscana e Genova vassalle; il ducato di
Savoia costretto a cercare la sua libert in una politica
pericolosa e difficile di altalena tra Francia e Spagna; Venezia
sola indipendente, ma immobilizzata in Italia dalla pressione
sempre pi grave dei Turchi;  questa la situazione che si 
creata nel 1530 e si  stabilizzata nel 1559, e che non pu non
ripercuotersi sulla vita economica di tutto il nostro paese. Ma
dalla constatazione del danno evidente e gravissimo che  venuto
anche all'economia dalla perdita dell'indipendenza e dalla
soggezione ad uno Stato lontano, impegnato in una politica
imperialistica superiore alle sue forze demografiche e
finanziarie, e alla fine rovinosa per s e per i paesi
conquistati, si  voluto correr troppo, quando si  dipinto il
quadro di una economia italiana immediatamente e totalmente
rovinata, e si son considerati i due secoli, o poco meno, del
dominio spagnolo come il periodo della rapida e totale
liquidazione delle conquiste raggiunte nel periodo dei comuni e
delle signorie, tanto che la lenta ma promettente opera di
rinascita della terza Italia si sarebbe potuta iniziare verso la
met del Settecento, solo quando le ultime tracce di quel rovinoso
dominio fossero definitivamente scomparse dal nostro suolo.
   Questi salti improvvisi dalla luce alle tenebre, tolti i casi
rarissimi di una guerra che impegni ed esaurisca tutta la vita di
un popolo, non s'incontrano mai nella storia economica. Nel primo
trentennio del Cinquecento si era combattuta -  vero - in Italia
una serie ininterrotta di guerre, che avevano avuto, prima o poi,
per teatro tutte le regioni della penisola. Combattute per da
eserciti mercenari, di proporzioni assai maggiori di quelli dei
secoli precedenti, ma sempre insignificanti in confronto delle
nazioni in armi dell'et nostra, quelle guerre arrecarono bens
gravi danni ai paesi che ebbero la disgrazia di trovarsi lungo la
strada percorsa dalle milizie; ma per la parte maggiore delle
popolazioni, le quali poterono continuare indisturbate nel loro
lavoro quotidiano, il danno pi grave e pi sentito fu quello
degli aggravi fiscali enormemente accresciuti per le urgenti spese
militari, sproporzionate alla potenzialit finanziaria dei piccoli
Stati che dovevano sostenerle.
   Perci, se noi confrontiamo la situazione economica delle
principali regioni d'Italia nel periodo che segue immediatamente
il trionfo della Spagna con quella dei primi decenni del
Cinquecento, non troviamo traccia di quelle rovine o di quella
rapida e totale decadenza di cui troppo spesso si parla.
Prescindendo dalla Sardegna e dalla Sicilia, in cui si ha, con un
semplice mutamento di nome, una pura continuazione della
situazione politica che vi esisteva ormai da pi di due secoli,
nel Napoletano il primo periodo del dominio spagnolo, sotto il
viceregno del Toledo [Pedro de Toledo, vicer di Napoli dal 1532],
non solo non  contraddistinto da un peggioramento delle
condizioni economiche, ma rappresenta, almeno per la capitale e
per le terre pi vicine ad essa, come si  gi accennato, un
periodo di ripresa che parve allora assai promettente, e di cui si
vedono le prove sicure nel rapido aumento della popolazione e
nell'intenso movimento del porto.
   Nello Stato papale l'opera di Giulio secondo e di Leone decimo
fu continuata, con energia anche maggiore, dai papi della
Controriforma. Fu proseguita metodicamente e condotta a termine
l'opera di unificazione dello Stato che, se apport forse pi
danno che benefici a molte parti del territorio, contribu
tuttavia efficacemente allo sviluppo della capitale. [...].
   Nell'Italia settentrionale, Genova deve al legame con cui, dopo
il 1528, essa si  stretta alla Spagna un periodo di viva e
promettente ripresa della sua attivit marittima e commerciale.
Poich lo stato perenne di guerra tra Francia e Spagna rende
impossibili le comunicazioni terrestri fra le due parti in cui si
dividono i domini europei della casa d'Asburgo, la via pi
frequentata, sia per i trasporti militari che per le comunicazioni
di carattere commerciale e diplomatico,  quella del Mediterraneo,
che fa capo di preferenza a Genova e di l prosegue o attraverso i
domini di casa Savoia per la Borgogna o attraverso la Lombardia
all'alta valle del Reno ed al Lago di Costanza. Il movimento
intenso di transito favorisce non solo la marina ligure ma anche
l'attivit commerciale, che riprende nuovo vigore, aiutata da una
politica che, almeno in certi periodi, anche sotto la spinta delle
prime minacce di una concorrenza livornese, si ispira a criteri di
relativa libert e permette che navi francesi, inglesi ed olandesi
approdino a Genova non solo coi prodotti dei loro paesi di
origine, ma anche con grano proveniente dal tremilesimo Nero. La
ripresa del commercio marittimo aiuta anche lo sviluppo delle
industrie esportatrici, in particolare dell'industria della seta,
i cui tessuti sono spediti nel Levante, in Francia, in Ispagna, in
Inghilterra, in Fiandra ed in Germania.
   Per questi e per numerosi altri indizi, fra cui principalissimo
il primato raggiunto dai banchieri genovesi, la seconda met del
secolo sedicesimo, lungi dal rivelare segni preoccupanti di
decadenza, rappresenta per l'economia genovese un periodo di
notevole, sebbene effimera, floridezza.
   millecinquecentesimo tutto particolare  in questo periodo la
situazione del ducato di Savoia, per il quale non solo non si
parla di decadenza, ma gli storici son tutti concordi nel
considerare l'et che s'inizia con la Pace di Cateau-Cambrsis
come il punto di partenza della nuova storia. Il governo di
Emanuele Filiberto  stato giustamente esaltato, non solo per
l'opera tenace e concreta di riorganizzazione, che prepar il
ducato di Savoia ad essere, fin dal Seicento, il pi combattivo
fra gli Stati italiani, ma anche per le cure rivolte a guarire il
paese dai danni mortali recatigli da trent'anni di guerre, di
occupazioni militari, di vera e propria anarchia. Certamente non
tutti i provvedimenti adottati dal duca per il risanamento
economico dello Stato e per la creazione in esso di nuove forme di
attivit produttiva e commerciale poterono raggiungere lo scopo
sperato. [...].
   Maggior efficacia ottennero i provvedimenti intesi a far
progredire l'agricoltura, di cui si hanno segni sicuri di
miglioramento nella larga diffusione della coltura del gelso, nel
disboscamento di pianure e colline per piantarvi la vigna,
nell'esportazione abbastanza considerevole di canapa, e
soprattutto nelle frequenti opere idrauliche per l'irrigazione,
che permettono d'intensificare la produzione foraggera e
l'allevamento degli animali da macello. [...].
   Ma se nel ducato di Savoia sono evidenti gli sforzi di
riorganizzazione della vita economica, a cui, almeno in parte,
corrisponde il timido inizio di nuove e promettenti forme di
attivit, nello stesso ducato di Milano [...] la decadenza non
appare in realt cos immediata e cos grave, come si  abituati a
considerare sotto l'influenza di descrizioni famose, che si
riferiscono per al secolo successivo.
   In realt da numerose testimonianze risulta accertato che le
guerre di cui la Lombardia  stata per tanti anni il teatro e
l'enorme aggravio d'imposte ch'esse hanno determinato e che il
dominio spagnolo ha poi inasprito, hanno recato bens danni
all'economia di quella regione, ma non ne hanno affatto inaridito
le fonti e non hanno nemmeno determinato un arresto di quelle
attivit che, prima del duello franco-spagnolo, avevano raggiunto
uno sviluppo cos promettente. Milano soprattutto seguita ad
essere nella seconda met del Cinquecento un importantissimo
centro di industrie e di scambi. [...].
   Se nello stesso tempo  invece indubitata la progressiva
decadenza della maggior parte delle industrie nelle altre citt
del ducato, si pu dunque concludere che essa dovette essere
principalmente determinata dalla crescente e ormai irresistibile
forza di attrazione del capoluogo, in cui finisce per accentrarsi
quasi totalmente la vita industriale e commerciale della regione.
[...].
   Pi difficile si rivela, dopo la met del Cinquecento, la
situazione di Venezia, paralizzata dalla pressione turca, che,
facendosi di anno in anno pi grave, non le permette di
fronteggiare la concorrenza sempre pi temibile delle potenze
occidentali nello stesso tremilesimo di Levante. Ma queste
difficolt non le impediscono di attraversare ancora dei periodi
di notevole floridezza, com' dimostrato, fra l'altro, dalla
frequente se pure temporanea ripresa dei traffici col Levante,
dall'intenso e splendido rinnovamento edilizio, dall'importanza
assunta come massimo centro europeo dell'arte della stampa, dalla
istituzione del pi importante banco pubblico, che diventer il
modello della Banca di Amsterdam.
   Se, infine, la Toscana, quasi totalmente unificata nel
granducato mediceo, va sempre pi perdendo terreno come potenza
industriale; se i suoi maggiori mercanti e banchieri, pur
conservando all'estero, specialmente a Lione ed in altre citt
della Francia, una posizione preminente, perdono sempre pi il
contatto colla madrepatria, l'Italia nel suo complesso non ha
subito dalla mutata situazione politica quel danno economico
immediato e generale che, ragionando a priori, si sarebbe indotti
ad attribuirle. Le esigenze fiscali del governo spagnolo,
conseguenza fatale della sua politica religiosa ed imperialistica,
la colpiscono gravemente; anche pi gravi sono i colpi che
apportano ai suoi banchieri, e indirettamente a tutta l'economia
italiana, le ripetute bancarotte di Filippo secondo. Ma la
decadenza inevitabile della economia italiana  determinata
soprattutto dai progressi continui delle grandi potenze marittime
occidentali, che fanno una concorrenza trionfale alle nostre
vecchie citt marinare, e dalla politica mercantilistica delle
grandi monarchie unitarie che, un po' oggi, un po' domani,
sottraggono sempre nuovo terreno alle nostre superstiti industrie
esportatrici ed alla attivit internazionale dei nostri mercanti e
banchieri. E' un lavoro di accerchiamento e di esclusione che
procede con ritmo piuttosto lento, ma inesorabile, finch al
chiudersi del secolo diciassettesimo l'economia italiana avr
quasi completamente perduta ogni forza di espansione ed ogni
contatto coll'estero.
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